Wednesday, May 27, 2015

Cornetti Caldi e Fumo a Pochi Euro.


Qualche mese fa, dietro San Lorenzo, sfrecciai davanti alla tua vecchia casa sotto la tangenziale. Chiesi a lui di rallentare e con le mani avvinghiate alla portiera dell’auto cercai freneticamente un’ombra sfocata che mi ricordasse qualcosa. Presto mi resi conto di non sapere più quale fosse la tua finestra, o forse il tuo palazzo - così sussurrai che non era nulla, che mi ero confusa.

Arrivavo sempre da te verso l’una o le due. Per quell'ora tu di solito ti svegliavi, per cui avevo preso l’abitudine di portarti i cornetti caldi. Uno lo mangiavi, l’altro a volte lo tenevi incartato per tua sorella che a quei tempi viveva da te. Con gli occhi ancora gonfi e la maglietta spiegazzata di un concerto qualsiasi mi aprivi la porta, ma quando ti piombavo a casa troppo presto un po’ t’incazzavi. Dicevi che non ti lasciavo dormire abbastanza, così ti facevi una doccia mentre io scarabocchiavo in cucina.

Chissà cosa facevi la notte.

Preparandoti un caffè con molta calma, mi chiedevi come fosse andata la giornata, narrandomi poi le tue notti. Io invece ti raccontavo di quel povero stronzo che ai tempi mi rubava l’anima, e tu mi ripetevi che dovevo lasciar perdere i tossicodipendenti. Riempivo i miei testi di loro, ma quelli ti piacevano, dicevi che erano veri. Qualche tempo fa il povero stronzo è finito in un centro di recupero. Non lo sono mai andata a trovare, né gli ho chiesto come stesse. In fondo queste condizioni mi terrorizzano, ed è per questo che ne ho sempre scritto, quasi a volerle esorcizzare.

Spesso finivamo a discutere di musica per ore, io e le mie cazzo di fisse anglofile, mentre tu eri già avanti anni luce. Sul muro davanti alla tua scrivania quando ti assaliva la noia disegnavi piccole caricature, oppure appuntavi citazioni di Brondi sull’intonaco ormai ingrigito. Mettevi i primi pezzi di Dente o delle Luci e io ribattevo con Maccabees e Foals. Un po’ scocciato allora mi dicevi che non capivo nulla, ti alzavi e preparavi un pranzo nel tardo pomeriggio, canticchiando Fred Buscaglione.

“E pensare che eri piccola,
ma piccola,
tanto piccola,
così!”

Preparavi sempre la stessa pasta. Non sono mai stata un granché in cucina, quindi per me rimase sempre la più buona che avessi mai mangiato, più per il fatto che me la preparassi tu che per altro. A tavola poi si iniziava a parlare di cose serie: la sala prove, il pezzo nuovo che non andava, la batteria da cambiare. Tu a quel punto tiravi fuori il fumo che compravi dagli immigrati al secondo piano del tuo palazzo.

Io lo detestavo.

Te lo dicevo che puzzava da morire, che era meglio l’erba. Loro però te lo vendevano a pochi euro dicevi, e l’erba non ce l’avevano quasi mai. Così spargevi quell’odore acre per tutta la cucina, davo qualche tiro anch’io e si decideva a che ora incontrare gli altri. Ci si vedeva quando ormai calava il buio, i baveri dei chiodi in pelle alzati come antenne, la sala prove un nido umido e scrostato.

“Una birra dal pakistano e poi entriamo.”

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