Sunday, May 15, 2016
Friday, August 28, 2015
A parlar di te adesso m'imbarazzo
So' passati anni e siamo congelati.
Ogni tanto penso, "Mo m'ammazzo,"
Ma i ventisette ancora n'so arrivati.
La verità è che non sei nessuno
Sei solo stato il primo, uno dei tanti.
I ricordi ora so' nuvole di fumo
E mi sdraio in 'sto giardino di rimpianti.
Eppur ti scrivo, come se fosse ieri
A te che m'hai raccolto in mille versi.
In tutti c'ero io, ma eran sinceri
Anche se ora l'hai bruciati e se so' persi.
T'ho rivisto dopo tanto, quella sera
A quel concerto mentre urlavi "Derek!"
Con lei ti trovo bene, pare sincera.
Una come me si merita ombre nere.
Una come me cambia città ogni mese
La solitudine divora ma rimango viva.
Al cielo azzurro di 'sto Bel Paese
Ho preferito esser Arte e rimanere attiva.
Te non c'hai bisogno di una ostile,
Vuoi la micia che di notte se fa strigne.
Io che di notte ho smesso di dormire
Dipingo e scrivo pe' non pensá o piagne.
Eppur'è me che hai amato così tanto
Me che hai voluto più di te stesso.
E mo ti sfido a non prová rimpianto
Per quel sentimento, ora ricordo impresso.
Sono il mare nero da cui ti sei salvato
Ho cantato come 'na sirena, "Resta!"
Ma nel porto più sicuro sei approdato.
Hai trovato la tua micia, ma te sei perso la Leonessa.
Saturday, June 13, 2015
“Ti porto al mio parco preferito” dicesti, “sembra uno di quelli inglesi.”
A me non parve, ma feci sì con la testa, non importava.
Qualche mese dopo in quella saletta sudicia. Bere, scrivere. Credere che non ci fosse altro. I senzatetto e i tossici della piazza ormai cari amici. San Lorenzo droga, San Lorenzo casa.
E poi quella notte dopo il concerto, noi alla stazione, ubriachi di vita. Ci stiparono nelle cuccette con gli immigrati, imbarcati come un cargo.
“Parto per Londra, una settimana. Jodie non lo sa. Non lo sa nessuno.” Con affetto coprii le tue deboli spalle.
Al contempo non ti dissi nulla di ciò che m’era accaduto, stetti solo ad ascoltare. Il mio velo strappato via tempo dopo, ed io dissolta dal timore.
I miei fratelli li ho traditi tutti.
Wednesday, May 27, 2015
Qualche mese fa, dietro San Lorenzo, sfrecciai davanti alla tua vecchia casa sotto la tangenziale. Chiesi a lui di rallentare e con le mani avvinghiate alla portiera dell’auto cercai freneticamente un’ombra sfocata che mi ricordasse qualcosa. Presto mi resi conto di non sapere più quale fosse la tua finestra, o forse il tuo palazzo - così sussurrai che non era nulla, che mi ero confusa.
Arrivavo sempre da te verso l’una o le due. Per quell'ora tu di solito ti svegliavi, per cui avevo preso l’abitudine di portarti i cornetti caldi. Uno lo mangiavi, l’altro a volte lo tenevi incartato per tua sorella che a quei tempi viveva da te. Con gli occhi ancora gonfi e la maglietta spiegazzata di un concerto qualsiasi mi aprivi la porta, ma quando ti piombavo a casa troppo presto un po’ t’incazzavi. Dicevi che non ti lasciavo dormire abbastanza, così ti facevi una doccia mentre io scarabocchiavo in cucina.
Chissà cosa facevi la notte.
Preparandoti un caffè con molta calma, mi chiedevi come fosse andata la giornata, narrandomi poi le tue notti. Io invece ti raccontavo di quel povero stronzo che ai tempi mi rubava l’anima, e tu mi ripetevi che dovevo lasciar perdere i tossicodipendenti. Riempivo i miei testi di loro, ma quelli ti piacevano, dicevi che erano veri. Qualche tempo fa il povero stronzo è finito in un centro di recupero. Non lo sono mai andata a trovare, né gli ho chiesto come stesse. In fondo queste condizioni mi terrorizzano, ed è per questo che ne ho sempre scritto, quasi a volerle esorcizzare.
Spesso finivamo a discutere di musica per ore, io e le mie cazzo di fisse anglofile, mentre tu eri già avanti anni luce. Sul muro davanti alla tua scrivania quando ti assaliva la noia disegnavi piccole caricature, oppure appuntavi citazioni di Brondi sull’intonaco ormai ingrigito. Mettevi i primi pezzi di Dente o delle Luci e io ribattevo con Maccabees e Foals. Un po’ scocciato allora mi dicevi che non capivo nulla, ti alzavi e preparavi un pranzo nel tardo pomeriggio, canticchiando Fred Buscaglione.
“E pensare che eri piccola,
ma piccola,
tanto piccola,
così!”
Preparavi sempre la stessa pasta. Non sono mai stata un granché in cucina, quindi per me rimase sempre la più buona che avessi mai mangiato, più per il fatto che me la preparassi tu che per altro. A tavola poi si iniziava a parlare di cose serie: la sala prove, il pezzo nuovo che non andava, la batteria da cambiare. Tu a quel punto tiravi fuori il fumo che compravi dagli immigrati al secondo piano del tuo palazzo.
Io lo detestavo.
Te lo dicevo che puzzava da morire, che era meglio l’erba. Loro però te lo vendevano a pochi euro dicevi, e l’erba non ce l’avevano quasi mai. Così spargevi quell’odore acre per tutta la cucina, davo qualche tiro anch’io e si decideva a che ora incontrare gli altri. Ci si vedeva quando ormai calava il buio, i baveri dei chiodi in pelle alzati come antenne, la sala prove un nido umido e scrostato.
“Una birra dal pakistano e poi entriamo.”
Wednesday, April 29, 2015
Una storia di un minuto.
"Il mio nome è Lazzaro e sento tutto ciò che mi circonda svanire. Le mie mani, i miei occhi, le mie gambe - avvolti da una luce bianca e fredda che li rende gelidi. Sopra di me sento la gente sibilare parole incomprensibili, fissandomi pietrificata. Li sento parlare di me, lo giuro. Ho chiesto loro quanto farà freddo domani, ma qui è tutto immobile. Li ho pregati di darmi la loro attenzione, ma hanno fatto finta di non sentirmi.
È difficile credere in Dio mentre mi consumo le labbra pregando che accada qualcosa. Tutto rimane fermo e il tempo è così rigido e ripetitivo da sembrare artificiale. Cerco un sedativo per l'agitazione che mi travolge come il fiume al mio fianco, ma barcollare vicino alla riva mi annebbia solo la mente. L'esperienza è mia maestra, e ripete incessante che nella confusione si trova sempre ciò che si stava cercando di nascondere.
Il mio nome è Lazzaro e il gelo di questa giornata mi travolge. Sto cercando qualcosa nel fiume che mi appartenga e ci perdo le mie giornate. Vivo sotto un grande ponte e l'acqua che mi scorre vicino è così verde da non riuscire a distinguerci i volti delle persone dal loro riflesso. Spreco i pomeriggi alla ricerca di un viso familiare nelle acque e un giorno ne scorsi uno. Balzai, precipitandomi sui gradoni bianchi della riva, cercando di trovare il proprietario del riflesso la cui immagine mi stravolse sotto il ponte. Scrutai freneticamente la folla che brulicava lungo le rive del Danubio, ma non ritrovai nessuno. Imprecai tra me e me. Mi chiedo se fosse stato veramente qualcuno che conoscevo; ma ho fiducia nei miei occhi, lo era, lo giuro.
Il mio nome è Lazzaro e delle incertezze faccio tesoro, perché sono l'unica cosa a cui aggrapparsi quando bisogna tornare in piedi. La curiosità si nutre dell’ambiguo, e non c'è niente di più importante di tutto questo. La difficoltà è rimanere in piedi."
Liberamente ispirato da Lazzaro, di L.S.
Sunday, April 26, 2015
Di tutti e di nessuno. Che questa città tremi come il Giappone. Vuota quanto le case in piazza abbandonate, triste quanto i prefabbricati in periferia.
Portatemi via, non ho mai voluto tutto questo.
Di tutti e di nessuno. Che il mio respiro non si sporchi come il loro. Grigio come le ciminiere sull'orizzonte, tetro come le croci di carbone sui miei occhi.
Non ho mai voluto essere qui.
E tu che hai smesso di consacrarmi racconti, le interiora risucchiate dagli allucinogeni – riportami a sentire i tuoni nel vuoto del tuo petto, così vuoto che potresti volare.
Farò in modo che il mio respiro non si sporchi, scapperò da voi. E non è fumo.
Sono di tutti e di nessuno.
Tuesday, April 21, 2015
“coccodrillo s. m. [dal lat. crocodilus, gr. κροκόδειλος]. –
Nel gergo giornalistico, necrologio di persone illustri, preparato quando sono ancora in vita e tenuto pronto nel cassetto (il sign. è in diretto rapporto con la locuz. fig. di cui al n. 1 c).”
- Treccani
Matilda Matat – precoce genio creativo dall'annebbiata concezione di costanza lavorativa – è deceduta ieri notte a Londra, nella grande e vuota casa di suo fratello, dopo mesi e mesi di complicanze dovute alla perdita del suo spirito.
Scomparsa a poco tempo dal suo ventunesimo compleanno, Matilda aveva già da tempo mostrato chiari cenni di squilibrio. Pur essendo sempre stata celebre per il suo animo solitario, nelle settimane prima del decesso il distacco dal mondo che la circondava si fece ancora più evidente.
Artista astrusa e malcelata malinconica, Matilda cercò spesso rifugio tra le braccia di uomini di cui le interessò più il processo creativo che quello relazionale, portando questi rapporti a concludersi quando ormai credeva di averne esposto ogni segreto più polveroso. Accusata di numerose storie travagliate, Matilda in verità aveva sempre e solo avuto occhi per l’unico amore della sua vita, un poeta che le aveva rubato l’anima da giovane, dedicandole poesie. Già da qualche tempo, stando alle malelingue, quest’ultimo sembrava averla abbandonata per un altra – forse la sola vera causa della sua prematura scomparsa.
Distrutti dal dolore della perdita, i genitori di Matat si sono rifugiati ognuno nella propria città natale – la madre a San Pietroburgo e il padre a Ferrara, dove quest’ultimo spera di passare i suoi ultimi giorni nell'antico casale di famiglia.
Interpellata riguardo la scomparsa dell’amica, Aurora Zaff – nota filantropa internazionale – descrive Matat come una “giovane donna molto smarrita” nei suoi ultimi giorni. “Nonostante tutto, rimase sempre aggrappata alle sue convinzioni inutili,” continua Zaff. “Anche nell'ultimo periodo le restò negli occhi quella scintilla di speranza che in tutta la vita notai solo nei suoi. Una fiducia completa nella Verità, che poche donne ebbero mai il coraggio di sviluppare.”
La salma di Matilda verrà riportata a Roma e seppellita al Cimitero Acattolico,
come avrebbe sempre desiderato.
I funerali si terranno al Giardino degli Aranci, il 5 Giugno.
Subscribe to:
Comments (Atom)





